sabato 5 dicembre 2009

LA LEGGENDA DELLE SORELLE FACCIADIMMERDA

Dunque, la leggenda narra di due sorelle: Clizia e Umberta Trevigiani, che sotto il fascismo vivevano in una grande villa sulla collina di Torino ed erano, ciò che suole dire, due zitelle.
Umberta era un donnone di circa quarant’anni, buona come il pane e brutta come la pustola sul sedere di una scrofa. A quanto ho capito da Cicogna, relativamente all’aspetto fisico, la nostra eroina aveva diversi tratti in comune con una grossa montagna di fango: stazza, sensualità, tonicità, grazia…
Clizia aveva all’incirca trent’anni e, a differenza della sorellona, era piccola di statura, anche se abbastanza tozza ed era dotata di una vocetta particolarmente stridula e petulante.
Ora le due sorelle erano entrambe piuttosto colte e nei tempi precedenti alla guerra erano famose negli ambienti letterari come persone di grande intelligenza e lungimiranza. Inoltre, con l’avvento di Mussolini, avevano acquistato una certa fama di antifasciste. Questo non aveva certo reso loro la vita facile durante il ventennio e non faceva di loro le candidate migliori per dare asilo ad ebrei… cosa che naturalmente facevano.
Nelle vaste cantine della villa, racconta Cicogna, erano ospitati più di cinquanta ebrei, cinquantuno contando Cicogna stessa, anche se non si fermò molto perché lì il Golem non c’era.
Come riuscirono le due sorelle, nonostante la loro fama, a salvarsi dalle innumerevoli perquisizioni e dagli insistenti interrogatori?
La risposta è semplice:

erano due grandissime faccedimmerda

Cos’è un facciadimmerda:
( purtroppo qui non posso citare lo Zanichelli ) un facciadimmerda è qualcuno che, anche di fronte all’evidenza più netta, è in grado di mentire in tutta tranquillità, senza battere ciglio ne scomporsi minimamente.
Insomma, per fare un esempio, qualcuno che si presenta nudo ad una serata di gala, asserendo con convinzione che la nudità era specificatamente richiesta dall’invito, e convincendo i presenti a spogliarsi anche loro.
Costui è detto facciadimmerda.

Dunque, tanto Umberta quanto Clizia erano delle faccedimmerda. Due balliste nate da non sfidare a poker per nessuna ragione al mondo.

Come tutti i giocatori di poker però entrambe le sorelle avevano un piccolo difetto, un segno, una spia che indicava in maniera infallibile quando stavano bluffando. Anche se, nel loro caso, questa mancanza diveniva essa stessa punto di forza.

Quando era agitata, quando il suo bluff stava per essere scoperto, quando tutto volgeva al peggio, Clizia restava perfettamente impassibile, sorridente, ridanciana come sempre, solo una cosa ne segnalava la crescente agitazione: la voce.
La voce di Clizia, già di per se acuta e stridula, quando lei era preoccupata, si trasformava in un pipistrello strizzato, in una vetrata tagliata dagli artigli di un grifone, in una corda di violino torturata.
Ascoltarla era come avere in ogni neurone un gatto che si fa le unghie su una lavagna, come farsi esplodere un fuoco d’artificio nei seni frontali… assolutamente insopportabile.
Questa particolarità faceva della donna un’arma invincibile contro chiunque venisse ad interrogarla.
Alle numerose domande Clizia rispondeva mentendo con assoluta naturalezza ed al posto di essere breve, concisa, di non sbilanciarsi dicendo più del minimo indispensabile, Clizia sparava balle lunghe, sofisticate e sovrabbondanti di particolari. Ben presto anche l’ascoltatore più determinato staccava l’audio al suo petulare incontrollato e non era in grado di capire quando la donna si tradiva. Se questo comunque avveniva, Clizia si spaventava ed al posto di tacere raddoppiava la potenza di fuoco verbale e riversava sull’inquisitore di turno una valanga di parole sempre più stridule accompagnate da risatine ultrasoniche.
I più fuggivano adducendo scuse assai poco plausibili, senza aver perquisito nulla o senza aver completato le domande, alla disperata ricerca di un farmaco contro il mal di testa.

Quanto ad Umberta lei era una ballista più posata. Il suo aspetto calmo e placido rendeva la lentezza nel dare le risposte plausibile, così che lei aveva tutto il tempo di studiare la frottola migliore. Il risultato erano interrogatori di una lentezza esasperante, durante i quali Umberta soppesava con cura tutte le domande, cincischiava, indugiava, si interrompeva e per dire anche solo come si chiamava ci metteva un’ora. Quando si arrivava alle domande serie l’inquisitore era già con la testa ciondoloni, cotto dalla fatica, incapace di prestare ancora attenzione.
Se la cose andavano male poi la Trevigiani maggiore aveva il suo asso nella manica: fingeva di concupire, in maniera via via più plateale, chi la interrogava.
Pochi rimanevano insensibili al suo fascino, la maggior parte scappava a gambe levate, e c’era stato anche il caso di un sergente che era fuggito dalla finestra ( la stanza dove stavano parlando era al terzo piano della villa ).
In più, e questo era il suo difetto, quando le cose volgevano al peggio ed Umberta si agitava, la donna riusciva a mantenere un ferreo controllo su tutto occhi, voce, su ogni singolo muscolo del corpo e del viso, ma non sul’intestino.
Detto in soldoni, quando Umberta aveva paura… petava.
La qual cosa non faceva che aumentare il suo sex appeal.

Dunque le due sorelle, pur essendo assolutamente sospettabili, erano sempre riuscite ad evitare in un modo o nell’altro la perquisizione delle cantine, ove erano nascosti più di cinquanta ebrei.
Solo due volte le indagini ci si spinsero vicino, e per la precisione condussero fino alla stretta scala che portava alle cantine.
Ma non andarono oltre.

Il primo coraggioso a raggiungere la scala fu il sergente maggiore Westrum detto La Roccia, noto per essere stato catturato e torturato per giorni dal nemico senza che si fosse lasciato sfuggire una sola parola.
Avendo egli fama anche di essere duro d’orecchi si decise di farlo fronteggiare ad Umberta.
Werstrum la interrogò per sette ore ininterrotte, resistendo ai suoi tentennamenti prima ed alle sue avances poi, riuscendo in fine a farsi condurre alle cantine.
Lungo la scala Umberta entrò nel panico: pochi gradini ed avrebbe condotto il lupo dritto dritto nell’ovile. Nonostante questa consapevolezza, la donna mantenne la calma come al solito e, come al solito, cominciò a petare. In pochi secondi l’aria dell’angusto spazio si fece irrespirabile. Il sergente Maggiore sbiancò ma tenne duro.
“ piena di intimi angolini… la nostra cantina…” mugolò languorosa allora Umberta. Ma Westrum doveva aveva ordini davvero tassativi, perché, all’idea di restare solo con Umberta in un intimo angolino, non desistette.
Umberta, scorreggiando ormai a raffica per la disperazione, decise di tentare il tutto e per tutto. Con la scusa di dover passare davanti al maggiore per aprire la porta, e con l’intento di strusciarglisi addosso in maniera libidinosa e metterlo finalmente in fuga, lo sorpassò spalmandolo contro la parete.
Il risultato per il maggiore furono due costole incrinate ed un principio di asfissia, dovuto in parte alla compressione della gabbia toracica in parte hai peti e Westrum fu portato via in ambulanza.
Si seppe che se l’era cavata solo dopo la fine del conflitto.

In seguito al fallimento del maggiore Werstrum, fu inviato a Villa Trevigiani il colonnello delle SS Hugo Fon Hummersmhit, detto il segugio di ferro.
Circolavano innumerevoli leggende su di lui e sul modo infallibile con cui stanava gli ebrei, come riusciva a mandare in pezzi anche le resistenze dei mentitori più indefessi.
A fermarlo fu Clizia.
L’interrogatorio era cominciato in salotto dove Clizia era solita offrire del vino all’inquisitore di turno. Hummersmhit aveva bevuto ed aveva sopportato indomito la nostra eroina discorrere abbondantemente del vino che stava bevendo, del vitigno da cui veniva e della vinificazione in generale. Poi aveva chiesto se conosceva la famiglia ebrea che viveva poco distante da lì e se sapesse che fine aveva fatto. Clizia aveva detto di conoscerli, aveva descritto con particolare accuratezza tutti i membri della famiglia, compresi i loro vezzi, il portamento, il modo di vestire, poi aveva cominciato ad enumerare infinite ipotesi su come avessero potuto lasciare in incognito il paese… a questo punto dell’interrogatorio uno dei soldati della scorta di Hugo aveva cominciato a piangere ed il colonnello lo aveva fatto accompagnare fuori dalla stanza.
Una volta terminati i preliminari poi, Hugo si era fatto guidare per la villa, sopportando Clizia che ne decantava tutti i pregi, descriveva luoghi e situazioni ove aveva acquistato questo o quel mobile, e via dicendo senza smettere un attimo di mitragliarlo di parole.
Alla fine Hugo fece richiesta di vedere le cantine, dove erano appunto nascosti tutti gli ebrei, Clizia non fece una piega e lo guidò alla scala che portava disotto senza smettere di parlare. Hugo tenne duro. Una volta cominciata a discendere la scala però la cosa si fece tragica. Clizia era sempre più terrorizzata, e la sua voce, già insopportabile per la tensione, nello spazio angusto della scala raggiunse in kilotoni la stessa potenza della bomba che di lì a poco sarebbe stata sganciata su Hiroshima.
Quando Clizia disse, apparentemente deliziata, che non vedeva l’ora di mostrargli i vini pregiati della cantina uno per uno e decantergliene tutti i meriti, Hugo cedette. Si portò una mano alla tempia, come in preda ad un aneurisma cerebrale e balbettò che soffriva di claustrofobia e che non c’era motivo per proseguire l’ispezione, dopo di che risalì di corsa imboccò la porta senza congedarsi.
Come Werstrum prima di lui, non fu mai più rivisto.

2 commenti:

Catalpa Bignognoides Nana ha detto...

Rimbombano nel corridoio di casa Fattanza, le mie risa...grande, molto molto meglio che i fantasy!!!

Anonimo ha detto...

Grazie Catalpa... sappi però che con questo apprezzamento hai firmato la tua condanna!
Sì, perchè questo racconto fa parte dell'ultimo romazo che sto scrivendo... e che, come consegueza al tuo complimento, verrai coercita a lggere!
L'unica cosa che può ancora salvarti è il fatto che il romanzo non è ancora finito e potrebbe non esserlo mai!

Saluti da Devi e un bacione!