venerdì 27 giugno 2008


PROMETEO INCATENATO OVVERO LA COSCIENZA DI SE'
Commento psicopolitico alla tragedia di Eschilo


La personalità di Efesto che incatena Prometeo fa da ponte tra l'umanità di Prometeo e la disumanità o antiumanità di Zeus.

Ovviamente bisogna intendersi sulla disumanità di Zeus, poiché qui si ha a che fare con una divinità che presume di compiere un atto di giustizia nei confronti del consesso divino, cioè nei confronti delle esigenze di un ordine superiore, sovratemporale, a quello umano, come può essere superiore, nell'etica hegeliana, lo Stato alla società civile o all'individuo singolo (quest'ultimo, al di fuori della società, veniva addirittura considerato da Hegel come una mera astrazione).

Efesto incatena Prometeo alla rupe caucasica con la consapevolezza che non si può violare l'ordine costituito, cioè incatena in quanto politico conservatore, anche se non vorrebbe farlo come uomo. Egli quindi rispetta la ragion di stato.

L'accusa che nel Prometeo incatenato Efesto muove a Prometeo è quella ufficiale per cui è stato da Zeus condannato e che si pone a un duplice livello, politico e culturale: ha diffuso la democrazia sociale tra gli uomini, mettendoli in condizione di pervenire all'ateismo.

POTERE: Agli estremi confini eccoci giunti
già della terra, in un deserto impervio
tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto,
compier tu devi gli ordini che il padre
a te commise: a queste rupi eccelse
entro catene adamantine stringere
quest'empio, in ceppi che non mai si frangano:
ch'esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco
padre d'ogni arte, t'involò, lo diede
ai mortali. Ai Celesti ora la pena
paghi di questa frodolenza, e apprenda
a rispettar la signoria di Giove,
a desister dal troppo amor degli uomini.

[Eschilo, Prometeo incatenato, traduzione di Ettore Romagnoli]

Potere (servo di Zeus) afferma chiaramente che l'esistenza degli dèi suppone l'assenza di libertà per gli uomini, in quanto la libertà è strettamente connessa al potere e solo chi ne dispone al massimo livello è davvero libero, quindi solo Zeus lo è.

Tutti gli altri sono liberi in quanto si riconoscono in questa situazione e la accettano come un destino o una necessità che li sovrasta.

Il dono che Prometeo fece agli uomini fu quello che avrebbe permesso loro di rendersi autonomi dalla dipendenza economica e insieme da quella religiosa, che le è strettamente correlata: il dono del fuoco, cioè il dono del lavoro, poiché il fuoco è fonte di trasformazione della materia prima.

D'altra parte sono proprio le caratteristiche degli dèi dell'Olimpo, assai diverse da quelle delle divinità precedenti, che rendono quasi dovuto il sentimento di emancipazione degli uomini. Gli dèi sono tanto più autoritari quanto più gli uomini vorrebbero porsi in maniera autonoma.

Prometeo non fece altro che tirare delle conseguenze logiche. Gli uomini, per potersi difendere da queste divinità bellicose hanno bisogno di maggiori poteri. "Zeus domina con nuovi poteri, oltre ogni legge", canta il coro delle Oceanine. Cioè il suo dominio somiglia molto da vicino a quello di una monarchia assoluta, che non deve rendere conto ai suoi pari né ad alcuna legge scritta; solo al fato deve sottomettersi, ma il fato è imperscrutabile, inaccessibile, totalmente indipendente dalla volontà di chicchessia. In una situazione così "bloccata" agli uomini privi di potere non resta che credere nel fato o nel destino, nella speranza che le sue ragioni siano migliori di quelle dei potenti, uomini o dèi che siano, proiezioni consapevoli, quest'ultimi, della volontà umana di dominio.

Molto interessante è la descrizione della lotta tra Zeus e i Titani. Da questa lotta non emerse un vincitore soltanto, ma ben tre: Zeus dominava il cielo, Poseidone il mare e Ade l'aldilà. Mare e terra venivano distinti, per cui Zeus non aveva potere sugli uomini quando questi si avventuravano sul mare.

Una lotta che presumibilmente rifletteva un periodo in cui le polis si combattevano tra loro, qui simboleggiato dalla contesa tra i monti Olimpo e Otride, finché una triade ebbe la meglio, e di queste polis una, è da presumere, doveva essere posta ai confini dell'impero, l'altra dominava la terra e la terza il mare.

Prometeo fa chiaramente capire che alla fine di questa lotta fratricida vinsero non i più forti (i Titani), ma i più astuti (i figli di Crono). E' dunque probabile che le prime civiltà si basassero unicamente sul concetto di forza, senza possedere elevata cultura o capacità commerciale. E non è da escludere che la forza di queste civiltà sia stata esagerata dalle civiltà successive, risultate vincenti.

Sotto questo aspetto è anche possibile che la lotta tra gli dèi sia il riflesso di una lotta tra civiltà molto diverse nell'uso degli strumenti di lavoro (da quelli tecnologici fino agli schiavi, inclusa ovviamente la lavorazione della terra), e che alla fine siano risultate vincenti quelle capaci di piegare meglio le esigenze della morale a quelle della forza e del potere politico. In questa capacità di strumentalizzazione, di manipolazione ideologica, in questa progressiva falsificazione delle cose è emersa la superiorità della civiltà greca (minoico-micenea).

Prometeo, in questa lotta, pur essendo inizialmente schierato, per ragioni di appartenenza etnica, con i Titani, comprese che questi non sarebbero mai riusciti a vincere, semplicemente perché la loro organizzazione intorno al concetto di forza era troppo primitiva, troppo estranea al concetto di astuzia intelligente (metis), per cui scelse di stare dalla parte di Zeus.

La differenza che Prometeo pone tra sé e Zeus è che questi, dopo la vittoria, non voleva riconoscere alcun diritto agli uomini, cioè al popolo lavoratore, che era stato ereditato vincendo i Titani e che Zeus avrebbe voluto -dice Prometeo con enfasi- sterminare o schiavizzare.

Prometeo sembra riferirsi a una volontà egemonica che gli appariva eccessiva, ingiustificata. In quanto titano egli sembra esprimere un senso di umanità superiore a quello di Zeus, probabilmente perché più originario, meno contaminato dal progresso tecnologico e culturale, dallo sviluppo dei commerci e della proprietà. E pensare che fu lui stesso a decidere col consenso degli dèi dell'Olimpo come distribuire risorse e privilegi tra divinità e umanità, un tempo uniti attorno a una stessa mensa imbandita. Questo viene confermato nella Teogonia di Esiodo.

Dopo la vittoria di Zeus, Prometeo fu costretto ad adeguarsi alla sua volontà, nella speranza che i Titani e i popoli che vivevano con loro potessero emanciparsi come quelli greci, ma i vincitori della guerra preferivano usarli come soggetti colonizzati, senza alcun diritto, e Prometeo tradì una seconda volta, aiutando i mortali ad emanciparsi, dapprima infondendo loro l'esigenza di un riscatto, poi organizzandoli attorno all'idea di edificare una civiltà con gli stessi mezzi della civiltà che li aveva sconfitti e che li teneva oppressi. E diede loro la conoscenza per usare al meglio il fuoco, cioè diede loro i segreti dell'artigianato più avanzato.

Oceano è l'altro Titano che, dopo la fine della guerra, comprese le ragioni di Prometeo. Ora però gli chiede di adattarsi alla nuova monarchia, prendendo atto della mutata situazione.

Poiché si sente tradito dalle promesse di Zeus, Prometeo declina l'offerta, nella convinzione che la sconfitta è solo temporanea e che un giorno la nuova monarchia verrà abbattuta.

D'altra parte -egli spiega a Oceano- non è possibile una riconciliazione con Zeus e le altre divinità alleate, perché tutti l'avevano tradito assicurandogli all'inizio un trattamento equo per le popolazioni sconfitte.

"Ma i cordogli udite che patiano i mortali, e come io seppi da stolti ch'eran pria, saggi e signori della lor mente renderli. E dirò non per muovere agli uomini alcun biasimo; ma la benignità mostrare io voglio dei doni miei. Ché prima, essi, vedendo non vedevano, udendo non udivano; e simili alle vane ombre dei sogni, quanto era lunga la lor vita, a caso confondevano tutto. E non sapevano né case solatie, né laterizi, né lavorare il legno. E a guisa d'agili formiche, in fondo a spechi dimoravano, sotterra, senza sole. E segno alcuno che distinguesse il verno non avevano, né la fiorita primavera, né la pomifera estate: ogni loro opera
senza discernimento era."

Prometeo ebbe pietà dei mortali perché li vedeva vittime delle circostanze, soggetti a eventi non decisi da loro e ai quali, per incoscienza o inettitudine, non avevano saputo partecipare. A questa gente egli volle dare "pensiero e coscienza" e anche la capacità di vivere una vita più dignitosa, più produttiva, insegnando loro le arti e i mestieri che aveva appreso dalla civiltà greca.

Prometeo aveva dovuto riconoscere che la civiltà ellenica era tecnologicamente, culturalmente di molto superiore alle civiltà che vivevano ai confini del Mediterraneo. Ma aveva anche capito che questa superiorità non si traduceva, di per sé, in un'occasione di crescita per le popolazioni sottomesse o sconfitte.

E tra queste popolazioni le donne (rappresentate qui da Io) risultano le più oppresse, perché se gli uomini sono schiavizzati da altri uomini, le donne lo sono due volte.

Zeus, anche in questo caso, rappresenta il potere che vuole strumentalizzare a suo piacere la figura femminile.

Prometeo non vede futuro, nel Mediterraneo, per le donne e consiglia a Io di andare o verso oriente, verso l'Asia, oltre il Bosforo (lontane anche dalle civiltà mediorientali), oppure in Africa, oltre il Nilo, cioè di là dalla civiltà egizia.

Prometeo cerca di spiegare, con linguaggio oscuro, a Io che il potere di Zeus verrà superato e ripristinato il senso di umanità solo quando i valori femminili prevarranno sull'antagonismo maschile. Solo così Zeus capirà la differenza tra "servire" e "regnare".

E' a questo punto che entra in scena Ermes, messaggero di Zeus, che annuncia a Prometeo una ulteriore sevizia da parte di Zeus: un rapace, figlio di Tifone, verrà a rodergli il fegato (sede del coraggio) in eterno, finché un altro dio non vorrà sostituirlo o lui non vorrà scendere nell'Ade per essere definitivamente dimenticato.

Una leggenda posteriore permetterà anche a Zeus di fare un dono agli uomini: quello del vaso di Pandora, pieno di sventure, eccetto una, simboleggiata nella speranza. In questa maniera gli uomini dovranno credere che le disgrazie della loro vita non dipendono da loro stessi, ma dal destino e quindi sono inevitabili, e nel contempo dovranno limitarsi a sopportarle illudendosi di poter migliorare nel futuro la loro condizione.


1 L'Asia interna, la Siberia, la Cina e l'estremo oriente furono ignote all'Europa fino al Medioevo. Asia è anche il nome di una provincia romana costituitasi intorno al 133 a.C. in un'area dell'odierna Turchia.

2 Prometeo era di stirpe regale o aristocratica, un uranide, figlio del titano Giapeto (a sua volta figlio di Urano e di Gea), gettato nel Tartaro da Zeus, e di Asia o Climene (a sua volta figlia di Oceano e di Teti). Prometeo aveva dunque Crono come zio e Zeus come cugino. I suoi fratelli erano:

  • Epimeteo, ingannato da Zeus, che lo indusse a sposare Pandora,
  • Atlante, costretto da Zeus a sostenere la volta del cielo,
  • Menezio, folgorato da Zeus e precipitato nell'Erebo quando aiutò i Titani a scalare l'Olimpo.

Considerando che, secondo una leggenda, Prometeo creò il primo essere umano con l'aiuto di Pallade Atena, è possibile dire ch'egli va considerato come un progenitore della stirpe greca e, per estensione, di tutta la stirpe umana.

Figli di Prometeo furono Asia e Deucalione, quest'ultimo re della Tessaglia, l'unico che insieme alla moglie Pirra meritarono, secondo Zeus, d'essere salvati dal diluvio universale.

2 commenti:

Mavia ha detto...

ho smesso di leggere a "etica hegeliana"decima riga, magari puoi postare qualcosa che non devo farmi spiegare da Temp Temp perchè ormai il liceo è un lontanoooooo ricordoooooooo...

Artemisia G. ha detto...

vabbè lo sò che siamo un po' regredite a capacità di comprensione umanistica ma è un testo interessante , ogni tanto bisogna rispoverare i neuroni no? la cultura, soprattutto quella umanistica (subito dopo l'economia) nella nostra società è potere, diffonderla e diffondere la possibilità di essere liberi, per essere fabbri del proprio destino serve la conoscenza del fuoco, questo ci dice prometeo.